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INDELEBILE
 
 

CULTURA
13 maggio 2009
ritagli da Orwell "1984"
 

GEORGE ORWELL

1984

Nulla vi apparteneva se non quei pochi centimetri cubi che avevate dentro il cranio.

Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero sia libero, gli uomini siano gli uni diversi dagli altri e non vivano in solitudine… a un tempo in cui la verità esista e non sia possibile disfare ciò che è stato fatto:

Dall’età dell’uniformità, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del bi pensiero…
Salve!

Finché non diverranno coscienti della loro forza, non si ribelleranno e, finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.

LIBERTA’ E’ LA LIBERTA’ DI DIRE CHE DUE PIU’ DUE FA QUATTRO GARANTITO CIO’, TUTTO IL RESTO NE CONSEGUE NATURALMENTE.

“Qualcosa di positivo è sempre meglio di qualcosa di negativo. Noi siamo impegnati in un gioco che non possiamo vincere. Alcuni fallimenti sono migliori di altri, questo è tutto”

I prolet, ai quali di solito la politica non interessava granché, stavano per cadere in balia di uno dei loro periodici attacchi di patriottismo.

Se amavate qualcuno, lo amavate e basta, e se non avevate altro da offrirgli, continuavate a dargli amore.

.............
TEORIA E PRASSI DEL COLLETTIVISMO OLIGARCHICO

Di Immanuel Goldstein

LA               GUERRA           E’          PACE

LA       LIBERTA            E’         SCHIAVITU’

L’IGNORANZA               E’                 FORZA

Era possibile, naturalmente, immaginare una società in cui la ricchezza, intesa come possesso di beni personali e di lusso, venisse distribuita equamente, nel mentre il potere restava nelle mani di una minuscola casta privilegiata, ma nella pratica una società del genere non avrebbe potuto rimanere stabile. Se, infatti, il benessere e la sicurezza fossero divenuti un bene comune, la massima parte delle persone che di norma sono come immobilizzate dalla povertà si sarebbero alfabetizzate, apprendendo così a pensare autonomamente; e una volta che questo fosse successo, avrebbero compreso prima o poi che la minoranza privilegiata non aveva alcuna funzione e l’avrebbero spazzata via. Sul lungo termine, una società gerarchizzata poteva aversi solo basandosi sulla povertà e sull’ignoranza.

Ora il progresso tecnologico si realizza solo se quanto esso produce può in qualche modo essere impiegato per ridurre la libertà umana.

Diventando perenne, la guerra ha cessato di esistere.

Una pace davvero permanente sarebbe la stessa cosa di una guerra permanente.

Nel XIX secolo sorsero scuole di pensiero che identificarono la Storia con un processo ciclico e sostennero con forza l’idea che l’ineguaglianza fosse una legge inalterabile della vita umana.

Esistono solo quattro modi perché un gruppo dirigente perda il potere: che sia sconfitto dall’esterno, che governi in maniera tanto inefficiente da spingere le masse alla rivolta, che consenta la formazione di un gruppo di Medi forte e animato dallo scontento, che perda la fiducia in se stesso e la voglia di governare. Tali fattori non sono mai attivi singolarmente, anzi nella gran parte dei casi entrano in gioco tutti e quattro contemporaneamente.

Nessuno ha mai visto il Grande Fratello. E’ un volto sui manifesti, una voce che viene dal teleschermo. Possiamo essere ragionevolmente certi che non morirà mai.

.............

Il dolore al ventre, un pezzo di pane, il sangue e le grida, O’Brien, Julia, la lama di rasoio.

Mai, per nessun motivo al mondo, si deve desiderare un aumento del proprio dolore. Se c’è pena, si deve desiderare una sola cosa: che finisca.

Non esiste nulla di peggio del dolore fisico.

Davanti al dolore non ci sono eroi.

“Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

“Non hai voluto compiere quell’atto di sottomissione che è il prezzo della sanità mentale. Hai preferito essere un pazzo, fare parte per te stesso. Solo una mente disciplinata può davvero discernere la realtà, Winston. Tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. Quando inganni te stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo. Non nella mente individuale, che è soggetta a errare ed è comunque peritura, ma bensì quella del Partito, che è collettiva e immortale. La verità è solo quello che il Partito ritiene vero. Non è possibile discernere la realtà se non attraverso gli occhi del partito”.

Forse non si desiderava essere amati quanto essere capiti.

“Nel Medioevo vi era l’Inquisizione. Un autentico fallimento. Dichiarò di voler sradicare l’eresia e finì per renderla immortale.

Gli uomini morivano perché non intendevano tradire le proprie convinzioni.

Noi non consentiamo che i morti risorgano per farci la guerra. Tu sarai cancellato totalmente dal corso della storia. Noi ti vaporizzeremo”.

Che l’umanità poteva unicamente scegliere fra la libertà e la felicità, che la maggior parte degli uomini sceglieva la felicità.

Che cosa si può fare contro il pazzo che è più intelligente di noi, che ascolta con indulgenza le nostre argomentazioni ma poi persiste nella sua follia?

“Il potere è un fine non un mezzo. Non si instaura una dittatura al fine di salvaguardare una rivoluzione: si fa la rivoluzione proprio per instaurare la dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione, il fine della tortura è la tortura, il fine del potere è il potere”.

““la libertà è schiavitù” Hai mai pensato che se ne possono invertire i termini? La schiavitù è libertà. Da solo, libero, l’essere umano è sempre sconfitto. Deve essere per forza così, perché l’essere umano è destinato a morire, e la morte è la più grande delle sconfitte. Se però riesce a compiere un atto di sottomissione totale ed esplicita, se riesce ad uscire dal proprio io, se riesce a fondersi col Partito in modo da essere lui il Partito, diviene onnipotente e immortale”.

La sanità mentale era un fatto statistico.

Si trattava solo di imparare a pensare come loro.

Tutte le cose che accadono sono contenute nella mente e accade veramente solo ciò che è nella mente di tutti.

DUE PIU’ DUE FA CINQUE

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello.

25 novembre 2008
ZAPPING
 

Sentirsi un’artista, ma non come i veri artisti, quelli che concepiscono qualcosa di grande e magari moriranno senza aver visto l’ombra di un successo popolare. Loro vogliono prima essere famosi poi trovare qualcosa da fare per sentirsi gente di spettacolo. Farebbero qualunque cosa. Anche la forma più grande di umiliazione moderna, il reality show. Morire di fame per mesi su un’isola o far saltare i nervi chiusi in una casa per settimane. Sentire quella voce che ogni settimana rassicura tutti come se stesse parlando un dio e piangere, ridere far vedere di essere veri, di avere emozioni, di farle vedere a tutti, di essere più bravi degli altri nel farle vedere a tutti. Perché se alla fine sono stati bravi avranno una mollica di popolarità che durerà per qualche ora e soldi, tanti soldi, soldi quanti non se ne potranno mai guadagnare in una vita.

Si può partire da ogni parte e si può arrivare ovunque, il vantaggio è che oggi non esiste una strada specifica che porti ad un obiettivo. L’importante è restare sempre sulla cresta dell’onda.

Sembra che tutti facciano parte di un buffo sistema, il sistema della popolarità. Dai politici ai giornalisti, ai criminali, agli avvocati, agli opinionisti, agli sportivi, alle modelle, agli industriali, ai ricchi, ai concorrenti di qualcosa, agli zerbini, ai conservatori, ai rivoluzionari. Tutti lì, dentro la televisione. Me li immagino tutti dietro le quinte ad aspettare il proprio momento che ridono e scherzano tra loro mentre si fanno truccare.

Ecco quel momento in cui gli occhi si incrociano, guardano ma non vedono, guardano fuori e vedono dentro. A cercare la frase del momento, la perla di saggezza del giorno. Cos’è questo buffo sistema? Perché molta gente è disposta ad alienare la propria vita per seguire le avventure di questi temerari dello spettacolo moderno? Mi viene da pensare che i veri artisti siano tutte le persone emarginate. Quelle che soffrono la fame o che sono costrette a vivere in un carcere o, comunque, persone che soffrono. Tutti scappiamo dall’emarginazione, non sogneremo mai di andare in carcere, di patire la fame, di soffrire. Eppure milioni di persone normali sognano di farlo ogni volta che se ne presenta l’occasione. Ad una sola condizione, davanti alla telecamera. Tutti devono vedere quanto è ripugnante, quanto è umiliante, quanto si soffre... ma soprattutto, tutti devono vedere. Prendiamo una piccola popolazione indigena del terzo mondo, una di quelle decimate dalla fame e dalle malattie, mettiamo telecamere a riprendere quotidianamente la loro sofferenza. Avrebbe un grandissimo successo come spettacolo, perfettamente in linea con le nuove tendenze. Ognuno troverebbe il suo eroe e potrebbe anche arrivare ad invidiarlo, si, perché nonostante i suoi guai lui c’è; è li sopra. Lo stesso vale per i carcerati, anzi, forse già è stato fatto. Visto che milioni di giovani sognano di farsi chiudere per tre mesi in una casa potrebbero prendere il codice penale e vedere che reato si può commettere per stare quel periodo rinchiusi in un carcere, anche più facile; peccato che non ci sono telecamere se non quelle a circuito chiuso.

E’ si, si farebbe proprio di tutto per la popolarità, per due soldi, per essere riconosciuti per strada dai comuni mortali.

Ora basta! C’è un’altra cosa che mi gira per la testa, forse un sogno. Chissà cosa ho sognato la scorsa notte? Raramente mi ricordo i sogni; molto spesso, come ora, mi sembra di aver lasciato qualcosa in sospeso, come quando non ricordi dove hai messo le chiavi, come qualcosa che vuole uscire dalla testa ma non trova la strada giusta. Era un bel sogno. Ma se non me lo ricordo come faccio a dire che era bello? Mi piace immaginare i sogni come un’altra vita vissuta su un altro mondo, dove tutto dipende da noi, possiamo essere quello che vogliamo e fare tutto quello che vogliamo, incontrare amici, sconosciuti e persone deformate dalla nostra fantasia. Ogni notte qualcosa di diverso, una nuova esperienza; come dei pittori prendiamo il pennello della fantasia e dipingiamo un piccolo pezzo di vita, attingendo un po’ qua e un po’ là tra paure, desideri, speranze, esperienze e tutto quello che abbiamo in testa. A volte rimane qualcosa di indelebile e a volte svanisce tutto subito. L’unico difetto del nostro mondo immaginario è il controllo, infatti non possiamo controllarlo, avremo sempre qualche limite. Che peccato, altrimenti si potrebbe condurre una vita stupenda solo sognandola. E’ un bel paradosso, il nostro inconscio concepisce qualcosa che la nostra coscienza non può controllare, mi hanno sempre affascinato i discorsi sull’inconscio. Incontrollabile ma controllato da qualcosa che abbiamo dentro.

Forse qualcuno ci riesce; riesce a vivere in un proprio mondo all’interno del mondo reale, a vedere la propria fantasia proiettata nella realtà. Probabilmente sarebbe rinchiuso in qualche clinica specializzata e descritto da una montagna di carte piene di parole impronunciabili e incomprensibili.

C’è qualcuno che decide fino a che punto possiamo vivere la nostra realtà, qualcuno che decide fino a che punto possiamo vivere la nostra fantasia; qualcuno che decide quale e quanto deve essere il margine di tolleranza tra realtà e fantasia. Immagino questo potere onnipotente. Questo è vero controllo. Reale è tutto quello che tutti vedono e tutti accettano, tutto quello che, effettivamente, esiste. Questa realtà ha dei confini che sono segnati e istituzionalizzati dagli onnipotenti architetti delle vite; i confini sono tutte quelle cose che esistono ma non si vedono. Emozioni, sentimenti: paura, amore, fede e tante altre cose. Tutti crediamo nella paura perché tutti abbiamo paura di qualcosa; siamo o eravamo o saremo innamorati e quasi tutti crediamo in qualcosa. Istinti primordiali che hanno un nome, che devono avere una giusta dose per non diventare pazzia e hanno anche una vastissima documentazione per saperne di più. Mi viene da sorridere, siamo talmente viziati da sentire il bisogno di cercare le regole per tenere a bada e regolarizzare i nostri istinti, soldi facili per la scienza della mente. Dobbiamo sempre avere una persona che pretende di conoscere la nostra mente e la nostra fantasia più di noi e dobbiamo farci rassicurare facendoci dire che è tutto normale e va tutto bene. Essere sicuri di non essere devianti, ma solo dopo qualche seduta. Avere il controllo su tutto partendo da quello che abbiamo dentro. Penso che non sia vero controllo, non se ricercato all’esterno. Eppure più andiamo avanti e più cerchiamo conferme dall’esterno. Futili aiuti da presunti specialisti che ci indicheranno la strada della normalità. Ma cos’è la normalità? Forse un giorno saremo tutti uguali e faremo tutti le stesse cose. La normalità ha bisogno di modelli. Modelli come quelli che stanno lacerando la società giovanile. Ma sono reali, autentici? I protagonisti della pubblicità invitano ad imitarli, con poche parole e gesti condizionano le idee di tutti. La moda indica una perfezione considerata come valore assoluto. Nessuno sa come vuole essere, tutti preferiscono che la risposta venga da fuori. Forse i modelli sono troppo perfetti per noi, spesso il tentativo di raggiungerli ci fa distaccare da tutto fino a non saper più distinguere le cose veramente importanti. La condizione di inadeguatezza spinge a cercare di diventare ciò che non siamo per entrare in un mondo apparentemente perfetto. Forse un giorno ci sveglieremo e vedremo il mondo come è veramente e capiremo che quei modelli ci impediscono di esprimere le nostre qualità, la ricchezza che possiamo regalare a noi stessi e agli altri. Originalità, penso sia tutto quello che il mondo vuole da noi, originalità.

Infondo penso che sia troppo facile parlare così, indicare gli errori, accusare il sistema e i suoi modi di fare quando, infondo, tutti facciamo parte del sistema e ci facciamo sempre trascinare. Anche chi cerca di rifiutarlo o prova ad uscirne facendo valere i propri valori, le proprie idee o semplicemente la propria voce; o fa parte di un altro sistema o è usato dal sistema come esempio negativo. Penso sia un discorso che vale per molte cose, dal modo di vestire, alla politica, alla religione ecc.

Forse la cosa più facile è vivere e basta, senza pensare troppo, senza ragionare sulle alternative e senza riflettere sui dubbi. Andare avanti e lasciare un’infinita scia di domande che nessuno mai coglierà. Il modo più facile per vivere, un modo naturale di essere per molte persone, quelle che pensano di vivere la vita momento per momento guardando solo avanti convinti che il soffermarsi su un dubbio o la ricerca di una risposta sia solo una perdita di tempo. Superficialità. L’eterna malattia di questo mondo, la superficialità, o forse queste sono le persone più forti. Io non ce la faccio. Si può far finta di non aver visto, di non capire, di essere più veloci e più forti di ogni evento, come le persone orgogliose che non ammetteranno mai un errore o non ammetteranno mai di essere ferite. Ecco; l’orgoglio è una di quelle cose che non fa parte della realtà ma che esiste e deve essere dosato bene. Immagino l’orgoglio come il paraocchi che mettono ai cavalli per farli andare avanti senza che guardino intorno per non soffermarsi sulle cose che li circondano; povere bestie, chissà quante volte sono stati attratti da un oggetto, un fiore, un colore, un odore o un paesaggio che vedevano lungo il tragitto, ma non hanno mai potuto vederlo e non si sono mai potuti fermare. Andare avanti e basta. Essere egoisti e orgogliosi. Non ci credo che la maggior parte delle persone sia così. Penso che tutti abbiamo visto e ci siamo soffermati su alcune cose, altrimenti sarebbe come vivere una vita intera sotto questo cielo e non rimanere mai incantati dallo splendore delle sue stelle, o aver sognato di fronte a un tramonto o un’alba stupenda, o aver pensato almeno una volta dove sta andando o da dove viene il sole. Cèrto.. alba ad Oriente e tramonto ad Occidente come ci insegnano a scuola, ma è bello immaginare altri popoli che salutano o accolgono il sole.

Tante cose sono considerate perdite di tempo, inutili, non produttive. Me perché sono proprio le cose più belle?! Come l’osservazione. Far veramente funzionare gli occhi e collegarli al cervello. L’osservazione è il primo passo del metodo scientifico positivo. Partire dall’osservazione per capire o cercare di capire i fenomeni; o, più semplicemente, osservare perché è bello farlo. Per esempio sembra che tutti avessimo paura di guardarci intorno, come se tutto quello che abbiamo intorno non ci riguardasse. Per esempio tempo fa lessi la notizia di un uomo che morì su un treno affollatissimo e prima che qualcuno se ne accorgesse il treno aveva già fatto tre volte lo stesso tragitto e avevano persino fatto le pulizie. Ho immaginato quel treno stracolmo con tutte le poltrone occupate e centinaia di persone in piedi, situazione tipica di tutti i treni italiani; stracolmo fino all’inverosimile. Magari qualcuno ha visto un anziano signore dormire o magari il suo vicino si è anche lamentato perché il povero signore occupava troppo spazio. Quelli che facevano le pulizie, sempre se sono saliti su quel treno, che passano con lo straccio intorno ai piedi dell’uomo. Erano tutte persone che stavano vivendo la propria vita, chi andava al lavoro, chi a scuola, chi all’università. Tutti con una mano sul portafoglio per sentire che ancora c’è e l’altra sull’apertura dello zaino. Nessuno si era accorto che un uomo aveva perso la vita, tutti un passo avanti a lui, nessuno aveva osservato bene, nessuno aveva sentito il suo silenzio. Tutti avanti, egoisticamente avanti per la propria vita. Li immagino mentre scendono dal treno verso il prossimo obiettivo, con la frenetica camminata tipica dei pendolari e contenti di avere ancora il portafoglio e noncuranti di tutto il resto. Questo episodio mi ha fatto molto pensare e ci ripenso ogni volta che salgo su un treno; me lo immagino pieno di persone che dormono, che non si sveglieranno mai. Mi sono anche immaginato morire sul sedile di un treno, chissà quanti chilometri farei prima che qualcuno si accorga che sono morto?

La società dell’informazione. Dobbiamo sempre sapere tutto, e tutto di tutti. Computer potenti per fare il giro del mondo in una frazione di secondo, leggere le notizie più assurde e più curiose. Vedere video e immagini illuminanti ma non accorgersi che il nostro vicino è morto. Meglio non prendersela per questo episodio, possiamo anche essere più cattivi. Un’altra situazione, stazione di una grande città italiana. Una donna viene accoltellata dal compagno mentre aspettavano insieme il treno. Nessuno ad aiutarla, chissà perché? Erano tutti impegnati a riprendere la scena col cellulare. Naturalmente i telegiornali avevano usato quelle immagini e intervistato i temerari cameraman da due soldi. Questa è la società dell’informazione.

Bella no? Non saremo mai ignoranti, sapremo sempre tutto quello che vorremo sapere; possiamo vedere oltre, molto oltre la nostra capacità visiva e non ce ne importa niente se questo vuol dire non vedere quello che realmente guardiamo, non ascoltare i veri rumori, quelli della vita quotidiana. Tutte cose che non ci interessano più. Ormai le cose si fanno solo in grande. Non si fa più una cosa per passione di farla, si fa solo per raggiungere qualcos’altro che sia il successo, il denaro o cos’altro. Le bambine che studiano danza già pensano di essere veline, i bambini che giocano a calcio già si immaginano in uno stadio colmo di spettatori che urlano il loro nome. Pensare in grande vuol dire anche non pensare alla gioia di correre dietro un pallone con il sorriso e con gli amici o la soddisfazione di aver imparato un nuovo passo. Quelle sono le felicità dei perdenti, di chi non ha sogni. Meglio vivere di un sogno che quasi sempre non sarà mai raggiunto e, un giorno, capire di aver perso tante cose solo per cercare di arrivare a qualcosa di irraggiungibile.

E’ bello vivere di sogni, infondo tutti ne abbiamo uno o molti di più, anche i sogni devono avere una giusta dose per non diventare ossessioni. E’ bello vedere la felicità di chi raggiunge i sogni, lanciano sempre molte speranze verso tutti e anche molta, molta invidia. Speciali televisivi, libri, giornali, interviste piene di persone realizzate, che ce l’hanno fatta, che hanno raggiunto i propri obiettivi, che si raccontano, che spiegano quanto è stata dura, a quanto hanno dovuto rinunciare, a quanto duro lavoro ci è voluto. L’invidia che molti provano verso questi superuomini: sportivi, industriali, attori e i componenti dell’ elitè di tutte le professioni si limita al solo successo, meglio trascurare la fase del duro lavoro. Mi viene ancora da sorridere, infondo siamo in Italia, quale duro lavoro? Basta che ce la fa uno e se ne porta dietro mille. Elitè; farne parte è l’ambizione di tutti. Non importa come, non importa perché, non importa quante persone si devono fregare; è un obiettivo talmente importante che ci permette di trascurare tutti i dettagli e i mezzi usati per il raggiungimento. Del tipo, il fine giustifica i mezzi; se poi durante il percorso si è fatto qualche danno, dopo si avrà il potere per aggiustarlo o fare in modo che non sia più danno. E’ uno di quei discorsi che ti lascia l’amaro in bocca e che ti fa stringere i pugni, che ti fa crescere una rabbia impossibile da sfogare ma solo da ingoiare insieme a tutta la merda che chi di dovere spala con tanta abilità e strafottenza. I giovani come vengono protetti da tutto questo? Chi può cerca di spingerli dentro questo sistema malato, ma di certo non passeranno mai come parte lesa di esso. Anzi, sono addirittura usati come capro espiatorio di tutti i mali. Ne sono state inventate tante, dagli ultras, al bullismo, droga, anoressia, violenza. Bastano cinque minuti di maledetta televisione per farci convincere che la colpa di tutti i mali italiani sono i giovani; sempre se ci vogliamo credere, se fa comodo crederci. Viene il vomito a pensarci. Tutti i bravi giornalisti truccati fino all’inverosimile ad accusare i propri figli, i propri nipoti e ad indicarli come se fossero alieni venuti da chissà dove a distruggere la terra. Tempo fa un uomo lanciò una parola che acquisì molto successo e non sembra più passare di moda. Bamboccioni; per indicare in modo dispregiativo i ragazzi che non ce la fanno a farsi una vita. Gli scontri generazionali sono sempre esistiti, la parte giovane della società ha sempre subito dai vecchi, è naturale. Il brutto è che questo “bamboccioni” è venuto, chissà dopo quanti ragionamenti e notti insonni, da un ministro; diciamo un pezzo grosso, diciamo. Ammettiamolo, da bravi giovani la cosa ci ha ferito tantissimo. Perché un pezzo grosso, un politico, uno di quelli che non sbaglia mai e che lavora giorno e notte per l’Italia intera ha voluto ferirci così? E’ proprio così, siamo tutti bamboccioni. Ce lo dicono quelli che lavorano sodo, ce lo dicono i giornalisti che cercano e trovano la verità, ce lo dicono i politici, ce lo dicono i vecchi, ce lo dicono tutti. Tutti quelli che trent’anni fa non hanno avuto difficoltà a trovare un posto di lavoro fisso, tutti quelli che non avevano neanche bisogno di un mutuo per comprare la casa, tutti quelli che sono stati bravi nella vita. Bè, noi non siamo bravi. Siamo bamboccioni. Si può anche vedere l’altra faccia della medaglia, ovvero: i giovani sono bamboccioni perché i vecchi non hanno saputo fare niente di buono ma hanno avvelenato l’Italia con i peggiori mali, distrutto e sconvolto tutti i valori e negato un futuro ai propri figli e nipoti. Questa idea non passerà mai perché comandano i vecchi. Superficiale come analisi ma è inutile parlarne ancora; sempre il solito discorso, da una parte si urla a squarciagola e dall’altra si fa finta di non sentire.

Infondo amiamo tutti l’Italia, nel bene e nel male. Se qualcuno si affaccia da un’altissima finestra della Casta per offendere la parte più debole delle proprie vittime possiamo sempre rispondere con un vaffanculo anche se non lo sentiranno mai perché sono troppo in alto e lo accoglieranno come un cordiale saluto. La parola Casta fa più tendenza di Bamboccioni. Immagino la Casta come un edificio immenso pieno di persone elegantissime e piene di soldi. La immagino nella stessa struttura con cui viene descritta la mafia siciliana, a cupola. Piena di persone note e ignote, oneste e disoneste, lavoratori e fannulloni, ecc. Tutti possono far parte della dirigenza politica: modelle, mafiosi, leccaculo, delinquenti, ecc, ecc tutti possono farlo in nome di qualsiasi cosa: distruzione, libertà (ma solo la propria), soldi, ecc, ecc. La casta. La immagino anche come una di quelle macchine agricole che estraggono i frutti dalla terra che, facendo su e giù in continuazione per l’Italia si lascia dietro un malinconico polverone che si poserà al suolo lasciando il seme della rabbia. La peggiore delle rabbie, quelle che non si potranno mai sfogare. La rabbia degli onesti, di chi crede nel giusto. E’ difficile dare una giusta dose alla rabbia eppure anche essa può diventare pazzia anzi, se fossi un membro della casta farei una legge che imponga di limitare la rabbia di tutti i cittadini incazzati.

La Casta, il mondo della politica. Se qualcuno mi chiedesse cosa sia la politica dovrei rispondere “mi dispiace sono italiano per me è come un sistema mafioso costituito da uomini che sono lì a fare i propri interessi. Da destra a sinistra, la politica è interesse”. Triste storia, chissà perché i giovani italiani hanno il rifiuto di tutto quello che è e fa parte del sistema, del loro sistema. Penso sia giusto così, essere rifiutato da quelli vuol dire non essere come quelli, già qualcosa di grande.

Le persone peggiori, quelle che governano, all’apparenza belle e buoniste, in realtà a commettere i peggiori mali e succhiare il sangue di tutti. Ecco se c’è una cosa che non sopporto è il buonismo della gente. Ci si commuove per tutto, per ogni questione insignificante che viene mediata. Per tutto, purchè venga mediata. Penso che nessuno sia veramente a conoscenza dei veri problemi; dei problemi che uccidono le persone, dei problemi di chi è più sfortunato, dei veri problemi quotidiani che non permettono alla gente di guardare avanti. Siamo abituati a guardare solo in superficie. Se due nazioni, in un posto molto molto lontano dalla nostra casa, si massacrano a vicenda, non ce ne importa niente perché noi siamo davanti alla tv a commuoverci per un film che non contiene una minima percentuale di verità. Può capitare che una di queste stronzate parli di un uomo sbarcato su un altro pianeta dove vi trova scimmie che maltrattano uomini; possiamo anche arrivare a provare rabbia e disgusto per quelle maledette scimmie ma in quel momento non penseremo che l’uomo ha sempre maltrattato tutto e tutti, anche se stesso. La nostra natura è di essere stronzi, lo è sempre stata; e chi non riesce ad esserlo abbastanza vive male. Viviamo calpestando continuamente altre vite togliendo altre possibilità; la prepotenza è lo strumento più utilizzato per l’ascesa sociale e, nonostante questo, dobbiamo vivere con una maschera, costantemente commossi per cose che non esistono. Queste cose appartengono sempre a qualcuno, c’è sempre chi ha diritto sulle nostre commozioni. Oggi funziona che chi può si compra i diritti. Diritti di cosa? Di tutto. Tutto è in vendita, e più diritti hai, più sei potente e ricco e visto che la ricchezza lascia sempre un vuoto dentro il diretto interessato, egli cerca di colmarlo con altra ricchezza, altri diritti fino ad arrivare alla presunzione di avere la convinzione di avere diritto anche sulla gente; sulle passioni, sui piaceri, sulle emozioni. Sembra assurdo detto così ma è una triste verità di questa era. Non possiamo vivere la nostra vita; dobbiamo esaltarci d’innanzi ad altre vite artificiali appositamente costruite per farci restare lì, in silenzio, completamente apatici ad invecchiare aspettando che la nostra occasione spacchi la finestra e ci si metta di fronte alla faccia.

Quello che vediamo non è neanche la superficie della realtà, neanche una minima traccia di essa. La realtà è ben nascosta dentro una cassaforte composta dai mass media più diretti. Nessuno può permettersi di arrivare alla vera realtà; scoprirebbe cose che non devono essere scoperte e sarà inghiottito dalla stessa cassaforte e alienato da essa il che vuol dire alienato da tutto.

Emozioni; parole a fiumi, immagini a montagne, sto per scoppiare; anche oggi i cinque minuti di zapping televisivo mi stanno lacerando il cervello con ragionamenti assurdi.

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